Un tuffo nella speranza: la storia di Yusra Mardini, da profuga a nuotatrice olimpica

Un tuffo nella speranza: la storia di Yusra Mardini, da profuga a nuotatrice olimpica

30 Marzo 2021 0 Di Giorgia

Splaaash! Aveva tre anni, Yusra, quando cominciò a nuotare seriamente, con un maestro in piscina come i grandi. Si capiva subito che con l’acqua ci sapeva fare: si buttava con la testa sotto e il sederino all’insù e filava dritta e veloce come un pesciolino. Poi scoprì lo stile libero, la rana, il delfino e la farfalla. E dato che le piaceva volare libera nell’acqua, divenne una supercampionessa di stile libero e di farfalla. Tanto che a 14 anni rappresentò la Siria ai Mondiali di Nuoto 2012.
La Siria, sì, perché Yusra Mardini era nata in Siria e in Siria abitava, a Damasco, la capitale. Damasco è una città affascinante, io non l’ho mai vista ma mi fa venire in mente le fiabe con il genio della lampada, i tappeti volanti, la seta e il profumo delle spezie. Yusra era una ragazzina fortunata: aveva una bella famiglia con due sorelle, una più grande a cui rompere le scatole e una più piccola da cui farsele rompere. E il nuoto, un mondo magico dentro il mondo.

Poi, come in tutte le grandi storie, succede un disastro. In Siria scoppia una guerra. Una guerra contro chi? Contro la Siria stessa, una guerra tra siriani e siriani, una “guerra civile” come si dice. Una guerra che, dopo dieci anni, non è ancora finita. All’inizio le battaglie e i bombardamenti sono lontani da Damasco, in casa Mardini c’è preoccupazione ma si dicono l’un l’altro di stare tranquilli, che non arriveranno fino lì.
E invece… il primo colpo al cuore: la piscina dove Yusra si allena insieme alla sorella maggiore Sarah viene colpita da una bomba e deve chiudere.
Yusra però non ha il tempo di disperarsi, perché BOOOM! Il secondo colpo al cuore.
Immagina il rumore più forte che tu abbia mai sentito e moltiplicalo per 1000: un bombardamento sulla città fa crollare completamente la casa di Yusra e della sua famiglia, dal tetto a terra. Tutto quello che avevano non c’è più, e quando si riabbracciano tutti e cinque piangono in silenzio. Un pianto di paura, di disperazione, ma anche di felicità.

È così che si diventa profughi

Giorno dopo giorno, la vita si fa sempre più difficile. È così che la famiglia Mardini, tutta riunita, prende una decisione: Yusra, che ha 17 anni, e Sarah, che ne ha 20, partiranno insieme a un parente e ad altri per scappare dalla Siria, dalle bombe, dalla paura.
È l’estate del 2015. Comincia un lungo viaggio a piedi che porta i profughi a Beirut, in Libano, e da lì in Turchia.
Ma come raggiungere la Grecia? C’è il mare di mezzo… Il gruppo infatti vuole arrivare in Europa, ma non può entrare perché non ha documenti validi. E così fa quello che fanno molte altre persone nelle stesse condizioni: paga degli scafisti. Chi sono gli scafisti? Sono dei criminali che approfittano delle situazioni drammatiche di persone in fuga dalla loro terra facendosi pagare moltissimo denaro per fare delle traversate in barca.
Quella notte salgono sull’imbarcazione di quei brutti ceffi e si stringono forte, Yusra e Sarah. “Andrà tutto bene” si sussurrano nell’orecchio cercando di guardare il cielo sereno.

Uno di quei gommoni stracolmi che solcano il Mediterraneo

Ma non va affatto tutto bene: la barca viene intercettata dalla Guardia Costiera greca. E, come in uno di quegli incubi in cui non riesci ad andare avanti e ti ritrovi sempre allo stesso punto, i profughi vengono riportati da dove erano partiti.
Rieccoli ancora ancora in Turchia. Ma chi è arrivato fino lì dalla Siria non può certo tornale indietro, sotto le bombe. Non può arrendersi: dove andrebbe? Non ha altra scelta che andare verso il futuro. E così fanno i nostri profughi. Si procurano un gommone e decidono di fare una traversata fino all’isola di Lesbo.

La Guardia Costiera greca nei pressi dell’isola di Lesbo.

Nero. Nero il cielo e nero il mare

È notte, una calda notte d’agosto. Il momento giusto per partire. Salgono tutti a bordo, sono stretti, appiccicati uno all’altro. Molti non sanno nuotare e hanno appena il fiato di balbettare la loro paura. Si parte. Il motore nel buio e nel silenzio sembra fare un rumore terribile, lo sentiranno tutti, a chilometri di distanza, in tutto il mondo… Così pensano più o meno tutti, senza dire niente.
“Andrà tutto bene” si sussurrano nell’orecchio Yusra e Sarah cercando di guardare il cielo sereno.

Nuotare per salvare e per salvarsi

Ma non va affatto tutto bene. Nemmeno stavolta. Come inghiottito da un’onda, il rumore del motore scompare. “Cosa succede?” Si guardano tutti con gli occhi spalancati. Provano, riprovano a rimettere in moto. Niente da fare. Comincia a entrare acqua. Sono troppo pesanti: buttano tutti i bagagli in mare. Ma non basta. Il gommone comincia ad andare verso il mare aperto, non tiene la rotta, Se fosse un carro bisognerebbe spingerlo…
Detto, fatto. Yusra e Sarah sono già in mare. Le segue un altro passeggero. Si mettono a nuotare e a spingere. Ci sono 17 persone a bordo. Il canotto pesa. Le ragazze nuotano, lottando contro la stanchezza e lo sconforto. Per tre ore. Fra il nero del mare e del cielo. Sono tantissime, tre ore. Stavolta il destino non se la sente di fare un altro dei suoi scherzi, e all’alba lascia che approdino a Lesbo.

La rotta balcanica: profughi in cammino verso il cuore dell’Europa

Ora sono in Grecia, in Europa, certo, ma Yusra e Sarah non sono ancora arrivate: un po’ a piedi un po’ in treno, risalgono tutti i Balcani, dalla Grecia all’Austria, fino alla Germania, dove volevano arrivare. Non sono sole: camminano con loro tante altre persone in fuga dalla guerra o dalla fame, dirette al cuore dell’Europa.
Alla stazione di Budapest dormono tre giorno in terra. Ricordatevene, quando vedete persone dormire per strada. Ognuna potrebbe avere alle spalle una storia come quella di Yusra.
A Berlino le due sorelle vengono accolte in un centro. Yusra racconta chi è e dopo un po’ riesce ad accedere a una piscina e ricomincia ad allenarsi. Nel frattempo arriva anche il resto della famiglia che, avendo dei familiari in Germania, può ricongiungersi a loro. La famiglia è di nuovo riunita.

La squadra degli Atleti Olimpici Rifugiati

Splaaash, è tempo di rituffarsi! Yusra si allena con costanza e viene ammessa alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016. Ma per chi nuoterà? Non più per la Siria, perché non è più il suo Paese. Non per la Germania, perché lei è una rifugiata, non una cittadina tedesca.
Gareggia per il Team degli Atleti Olimpici Rifugiati, una squadra creata dal Comitato dei Giochi Olimpici per dare un messaggio di speranza a tutti quelli come Yusra, che raccoglie 9 persone in fuda dal loro Paese.

Ora Yusra si sta preparando per le Olimpiadi di Tokyo del 2021.

Il team degli Atleti Olimpici Rifugiati alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016: Yusra è la ragazza al centro!

L’impegno di Yusra Mardini a favore dei rifugiati

E nel frattempo insegna a nuotare gratis ai ragazzini del campo profughi e si dedica con tutta se stessa a far conoscere la situazione di rifugiati in Germania e in Europa in genere. È ambasciatrice dell’agenzia dei Rifugiati dell’ONU (l’UNHCR), ha parlato con il Papa e davanti all’Assemblea dell’ONU.
Dopo mesi, molta gente in fuga dalla guerra vive ancora in tende: dovremmo riuscire a dare a queste persone una degna accoglienza, un aiuto per i primi mesi, la possibilità di andare a scuola e di ricostruirsi una vita. Si tratta di persone in tutto e per tutto come noi, che hanno avuto solo la sfortuna di nascere dalla parte sbagliata del mondo. Non dimentichiamocene.

Come dice Yusra…

Siamo ancora i medici, gli ingegneri, gli avvocati, gli studenti e gli insegnanti che eravamo nel nostro Paese. È stata la guerra a costringerci ad abbandonare le nostre case. Ecco che cos’è un rifugiato. Ecco chi sono io, ecco chi siamo tutti noi, quella popolazione senza patria che cresce un giorno dopo l’altro.

foto ©Yusra Mardini – Instagram

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