Olimpiadi e Paralimpiadi: “Più forti, insieme”

Olimpiadi e Paralimpiadi: “Più forti, insieme”

8 Settembre 2021 0 Di Micaela

Ciao ragazzi, ciao ragazze, come è andata quest’estate “matematica”? Tranquilli, non mi riferisco a compiti o ripetizioni… Ma è stata un’estate davvero piena di numeri. Se vi è capitato di sentire qua e là qualche notizia alla radio o alla TV, vi sarete accorti che ogni telegiornale snocciolava cifre e percentuali. Alcuni non tanto simpatici, come i nuovi casi di Covid, i ricoverati, l’indice di positività… per fortuna seguiti dal numero dei vaccinati, che aumenta sempre di più.
Ma c’erano dei numeri decisamente più belli: le medaglie vinte dall’Italia alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi* di TOKYO 2020

* Le Paralimpiadi sono i giochi olimpici a cui partecipano atleti con disabilità fisiche.

Le avete seguite? Ci sono stati momenti davvero emozionanti, come quando nel giro di 10 storici minuti abbiamo vinto sia l’oro con il salto in alto sia l’oro nei 100 metri maschili. Oppure, pochi giorni fa, quando le nostre velociste paralimpiche hanno occupato TUTTI E TRE i gradini del podio dei 100 metri femminili. 
Non è la prima volta che parliamo di sport qui su VentiTrenta, perché praticarlo è un modo per stare bene. Ma le Olimpiadi non sono “solo” sport, sono qualcosa di davvero speciale. Per scoprire perché, dobbiamo prima chiedere a un vecchio barone e poi fare un salto nell’antica Grecia…

Il barone De Coubertin: “L’importante è partecipare”

Chi era costui? De Coubertin è il signore francese che ha fondato le Olimpiadi moderne più di un secolo fa, nel 1896. È stato proprio lui a pronunciare la frase che tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti dire alla fine di una gara o di una partita: L’importante non è vincere ma partecipare. Sul momento non è una grande consolazione se uno non ha raggiunto il risultato che sperava, anzi… ma è una frase molto meno banale di quello che sembra. Sta tutto in quel “partecipare”. 

Una vittoria per sé stessi

Partecipare non è semplicemente “essere presenti”, rispondere all’appello. Partecipare è dare il massimo. Conoscere i propri limiti, mettersi alla prova, faticare giorno dopo giorno per migliorare, non scoraggiarsi, provare e riprovare… Insomma, fare sport non significa allenare solo il corpo, ma anche la mente e la volontà. Poi, ovviamente, il massimo che posso raggiungere io non è il massimo che puoi raggiungere tu: ma se uno sente la soddisfazione di aver dato il meglio di sé, ha già vinto.

La BANDIERA DELLE PARALIMPIADI riassume benissimo quest’idea di completezza dello sport: le tre “virgole” colorate si chiamano agitos e simboleggiano l’unione di mentecorpo e spirito in movimento.

Giù le armi! Iniziano le Olimpiadi

Abbiamo detto che De Coubertin ha fondato le Olimpiadi moderne. Già, perché esistevano già quelle antiche, nate in Grecia più di duemila anni fa. Erano giochi in onore di Zeus, re degli dei. E sapete una cosa che oggi può suonarci strana? A quei tempi, quando iniziavano i Giochi olimpici, bisognava interrompere tutte le guerre in corso, scattava una tregua.

Questo spirito “pacifista” rivive anche nelle Olimpiadi di oggi: i giochi sono un’occasione di incontro e di conoscenza tra persone che vengono da tutto il mondo, anche da paesi in guerra tra loro; persone che parlano lingue diverse, hanno religioni e culture differenti, ma che qui si ritrovano e gareggiano rispettandosi l’un l’altra.

I cinque cerchi della BANDIERA OLIMPICA simboleggiano i 5 continenti uniti tra loro in armonia, e i 6 colori usati (compreso il bianco dello sfondo), variamente combinati, rappresentano tutte le bandiere del mondo.

Il nuovo motto delle Olimpiadi

Quest’anno si è deciso di modificare il motto delle Olimpiadi (in latino), che in più di un secolo non era mai cambiato, aggiungendo alla fine una sola parolina, ma significativa:

Citius, Altius, Fortius – Communiter

Più veloce, più in alto, più forte – Insieme

Si può andare più veloci, più in alto, si può essere più forti solo se lo si fa INSIEME, unendo gli sforzi e non lasciando nessuno indietro. Anche alle Olimpiadi, quindi, ritornano due paroline dell’educazione civica che tante volte avete letto su VentiTrenta: solidarietàinclusione.

Se voi giovani crescerete con questi valori, allora il sogno olimpico potrà realizzarsi: costruire, attraverso lo sport, un mondo migliore e in pace.

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Rispetto per sé e per gli altri

I valori “ufficiali” delle Olimpiadi, a cui devono ispirarsi tutti gli atleti, sono soprattutto 3:

1. ECCELLENZA: cercare di essere sempre la versione migliore di se stessi
2. RISPETTO: di se stessi, delle regole, degli avversari, della diversità, dell’ambiente, del pubblico. Il doping, per esempio, cioè usare sostanze vietate per migliorare le proprie prestazioni, non è solo mancanza di rispetto verso l’avversario, ma anche verso la propria salute, la fiducia e la stima di se stessi, verso le persone che credono in noi
3. AMICIZIA: la solidarietà, l’unione tra persone che vengono da ogni parte del mondo

Paralimpiadi: la parola d’ordine è “Si può”

Paralimpadi è una parola formata da para + Olimpiadi: para vuol dire “accanto, di fianco”, quindi le Paralimpaidi sono dei giochi che si svolgono, diciamo così, “fianco a fianco” alle Olimpiadi. Sono però più giovani: le prime si sono tenute a Roma nel 1960. E sapete grazie a chi? 
Soprattutto grazie a due medici, uno inglese che lavorava con i reduci della prima guerra mondiale che avevano perso l’uso delle gambe, e uno italiano: questi due dottori hanno capito l’importanza che lo sport ha per le persone con disabilità, non solo perché le aiuta a recuperare fisicamente, ma anche perché è uno stimolo a ritrovare la fiducia in se stessi e nelle proprie abilità.
Oggi gli atleti paralimpici sono “ambasciatori” in tutto il mondo del valore della diversità e dell’inclusione, contro gli stereotipi (cioè le idee “preconfezionate”… e sbagliate) di chi pensa che tante cose siano impossibili da realizzare per le persone con disabilità.

Un messaggio di speranza per tutti i rifugiati

Sia alle Olimpiadi sia alle Paralimpiadi ha gareggiato una squadra che non rappresenta nessuna nazione in particolare: la Refugees Team, una squadra formata da atleti che hanno lo status di rifugiati. Questa squadra è nata per la prima volta alle Olimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro, proprio per portare davanti agli occhi del mondo il problema delle persone costrette ad abbandonare il proprio paese di origine. 
Sono un esempio di tenacia e un simbolo di speranza: persone che non hanno rinunciato ai propri sogni e a essere quello che erano nei loro Paesi (in questo caso atleti), nonostante le difficoltà. E raccontano come lo sport sia un bel modo per sentirsi più “a casa” nel paese che li accoglie.

Ecco la Refugees Olympic Team a Rio de Janeiro nel 2016: se vuoi scoprire la storia della ragazza con la felpa bianca al centro, clicca qui.

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